Il presidente
della Camera: «Non disponi tu della mia carica».
I finiani si dimettono dal gruppo
di Fabio Martini
Letteralmente
cacciato. Non lo vogliono più nel Pdl, ma non lo vogliono più neanche
come presidente della Camera. Gianfranco Fini è stato radiato dal suo
vecchio amico e alleato Silvio Berlusconi al termine di un tira e molla
che durava da mesi e che si è concluso ieri sera con un deliberato
fiammeggiante da parte dell’Ufficio di Presidenza del Pdl, l’esecutivo
del partito che si è riunito nella casa di Berlusconi, a palazzo
Grazioli.
E lo stesso Berlusconi, alla fine, ha condito con le sue parole un
documento di per sé già eloquente. Ha detto il premier: «Non sono più
disposto ad accettare il dissenso, un vero partito nel partito», «i
nostri elettori non tollerano più un atteggiamento di opposizione
permanente al governo». E se, come pare certo, Fini riuscirà a formare
due gruppi parlamentari? «Non c’è nessun rischio per il governo». Nel
documento approvato dal Pdl si afferma che Fini, avendo tenuto
comportamenti «incompatibili con i principii ispiratori del Pdl, «di
conseguenza» non gode più della fiducia» del suo ex partito. E’ uno dei
passaggi più hard del documento Pdl e poiché la sfiducia istituzionale
non esiste, Berlusconi accenna a non meglio precisate «iniziative che
lasciamo ai membri del Parlamento». I finiani potranno restare nel
governo o sono espulsi anche loro? «Non ho difficoltà a continuare la
collaborazione con validi ministri». La scommessa del premier? Che
l’estate porti consiglio e che a settembre almeno qualcuno tra ministri
(Andrea Ronchi), viceministri (Adolfo Urso) e sottosegretari si possa
presentare da lui con l’atto di «conversione».
La dote di Fini
Gianfranco Fini ha preferito opporre il suo «no comment», parlerà oggi
in una conferenza stampa, ma con i suoi ha confermato: «Non mi dimetto».
E non ha nascosto «lo stupore per l’ignoranza della Costituzione»
presente nelle parole di Berlusconi, perché «il premier non dispone
della presidenza della Camera». Ma soprattutto ha sorriso compiaciuto
quando ha visto l’elenco dei deputati che avevano accettato di stare con
lui: «Vedranno che non siamo quattro gatti!». Effettivamente nel
divorzio tra i due, la dote che potrebbe portarsi via il più debole dei
«coniugi» è superiore alle aspettative. Dopo due giorni di lavorìo da
parte di Berlusconi su peones di tutte le tendenze, nelle ultime 24 ore
Fini e i suoi sono riusciti a rimontare e a tenere tutti i parlamentari
cosiddetti «finiani». Ieri sera gli amici di Fini facevano sapere che 35
deputati avevano già sottoscritto le dimissioni dal gruppo Pdl e dunque
sarebbero pronti ad aderire ad un nuovo gruppo parlamentare, che avrà un
riferimento alla “Nazione”. Situazione analoga al Senato, dove sono
almeno 14 i finiani pronti a rompere col Pdl. Fini, paradossalmente, ha
in mano, più di prima, le chiavi della maggioranza. Fino a ieri sera i
finiani erano un numero virtuale, frutto di un’autodichiarazione, che
consentiva ai berlusconiani di irriderli: vedremo al momento della
conta. Ma poiché, fino a ieri mattina, il centrodestra poteva contare
sull’appoggio di 345 deputati e il quorum della maggioranza è fissato a
quota 316, l’eventuale dissenso dei 35 finiani potrebbe far venir meno
la maggioranza. «Attenzione, perché questo è un equilibrio del terrore -
avverte il vicepresidente dei deputati Pdl Osvaldo Napoli - se loro
votano contro, il rischio è quello di andare subito ad elezioni
anticipate».
La notte di Silvio
Al divorzio cruento si è arrivati dopo due giornate e una notte di
passione. La decisione informale di cacciare Fini era stata presa due
notti fa nel corso del primo vertice presieduto da Berlusconi. Il tutto
però in un clima di grande incertezza. Come conferma un episodio
eloquente. E’ l’una e mezza della notte, l’ebbrezza della notizia
informale circola già nei vicoletti barocchi nei dintorni di
Montecitorio. L’onorevole Mariarosaria Rossi (una bionda di fede
berlusconiana) si sta gustando un gelato. E proprio mentre sta
chiacchierando con due «peones» del Pd, casualmente incontrati, alla
Rossi squilla il cellulare, lei risponde ed esclama: «Presidente!». E’
Berlusconi che chiama. In giornata ha visto la Rossi «un po’
preoccupata» e vuole rassicurarla: «Abbiamo deciso di rompere con Fini,
ma vorrei tranquillizzarti: non andremo ad elezioni anticipate!». La
Rossi sorride: «Presidente, sono qui con due deputati del Pd..». E
Berlusconi: «Bene, tranquillizza anche loro!». E’ notte fonda e la
sequenza racconta la vitalità di Berlusconi, il suo controllo capillare
dei parlamentari, soprattutto l’aver capito che la partita decisiva era
diventata quella dei numeri.
La notte di Gianfranco
Fini, sin da giovane, si è sempre preso i suoi «spazi» e anche adesso,
appena può, corre ad Ansedonia a fare le sue immersioni. Anche due notti
fa, mentre a palazzo Grazioli era in corso il primo, decisivo summit da
Berlusconi, Fini se ne è andato a casa e si è tenuto tutta la notte in
contatto con i suoi che erano restati a Montecitorio. Fino alle 5 del
mattino erano lì il suo portavoce Silvano Moffa e Fabrizio Alfano a
trattare con tutte le “colombe” che si presentavano. Ma due notti fa e
poi durante la giornata di ieri, l’asprezza del documento voluto da
Berlusconi ha convinto a schierarsi con Fini anche il “capogruppo” dei
finiani, quell’Andrea Augello che aveva sempre fatto sapere di non
gradire le fughe in avanti.
La crisi virtuale
Davanti allo strappo violento nel Pdl, l’opposizione si è mossa
rapidamente con due mosse. Il Presidente dei deputati Dario Franceschini
si è precipitato a votare la «fiducia» a Gianfranco Fini, che due anni
il Pd non aveva concorso a fare eleggere, in quanto nomina (allora) di
parte. E quanto al leader del Pd, Pierluigi Bersani dice che «questa è
una crisi e Berlusconi deve venire in Parlamento». E se non lo farà,
ieri notte il passaparola delle presidenze parlamentari del Pd
annunciava una decisione estrema: l’occupazione dell’aula fino a quando
il presidente del Consiglio non verrà a riferire davanti al Parlamento.
Lasciaci un tuo commento |
Pubblica su FaceBook

No! non ci meritiamo un presidente così!
Pubblicità
utile
A cosa serve un
traduttore professionale?