Fa impressione leggere questo
documento che accomuna il sindaco di Corleone, il senatore palermitano e
– indirettamente – il premier sotto le mammelle dello stesso sistema
politico-mafioso. Se il documento pubblicato dal Fatto Quotidiano sarà
attribuito dai periti a Vito Ciancimino, come sostiene la sua famiglia,
la frase "siamo figli della stessa lupa" entrerà nella storia dei
rapporti tra mafia, politica e imprenditoria. A consegnarlo ai
magistrati è stata Epifania Scardino, vedova di don Vito. La donna ha
anche prodotto decine di fogli scritti a macchina e in parte annotati
con una calligrafia che appare identica a quella di suo marito. Nelle
carte il consigliori di Bernardo Provenzano ricostruisce i suoi rapporti
imprenditoriali con Dell'Utri e Berlusconi e si scaglia contro i
magistrati. Don Vito è furioso perché è stato condannato, mentre
Marcello Dell'Utri veniva prosciolto e Silvio Berlusconi faceva carriera
dopo essere stato addirittura nominato Cavaliere. Secondo il figlio di
Ciancimino, Massimo, i documenti risalgono al 1989. Adesso a studiarli è
la polizia Scientifica. Vito Ciancimino racconta di avere investito
denaro nelle imprese di Berlusconi, assieme ad altri imprenditori poi
condannati per mafia, ricavandone molti miliardi di vecchie lire. Adesso
si attendono i risultati delle analisi. I pm hanno chiesto alla polizia
di fare presto. Se arrivassero i riscontri il premier rischierebbe di
finire di nuovo sotto inchiesta.