Il patto tra Facebook e il Viminale è un attentato ai diritti dei
cittadini digitali. E la prova che gli utenti non possono essere
spettatori passivi in un rapporto diretto tra le corporation di Internet
e i governi locali
(28 ottobre 2010) Nel nostro Paese abbiamo assistito negli ultimi anni a
un'escalation di norme e di proposte di legge per rendere l'accesso a
Internet sempre più difficile, controllato, burocratizzato.
Proprio in questi giorni, ad esempio, l'Agcom sta valutando come rendere
operativa l'odiosa normativa sui video on line scritta da Paolo Romani,
con probabile pesante tassazione per chiunque abbia un sito su cui
voglia caricare del materiale che «faccia concorrenza alla tv».
Contemporaneamente sui giornali della destra si è scatenata la consueta
'caccia all'internauta' che avviene dopo ogni gesto di violenza
politica, in questo caso l'aggressione romana a Daniele Capezzone: nel
dicembre scorso era stato il gesto di Massimo Tartaglia a Milano a far
delirare i vari Schifani e Carlucci in proposito, ottenendo l'effetto
immediato di far prorogare per un altro anno le norme medievali e tutte
italiane sul Wi-Fi (a proposito: l'altro giorno Maroni ha promesso di
"superare" il decreto Pisanu, e tuttavia il rischio è che si vada verso
la sostituzione dell'identificazione cartacea con quella via sms,
insomma anni luce lontani dalla navigazione libera).
Ma quello che denuncia Giorgio Florian nel suo articolo è molto più
grave, forse il più pesante attentato mai realizzato in Italia contro i
diritti dei "netizen", i cittadini della Rete.
Il patto con cui la Polizia Postale italiana si è fatta concedere da
Facebook il diritto di entrare arbitrariamente nei profili degli oltre
15 milioni italiani iscritti a Facebook, senza un mandato della
magistratura e senza avvertire l'internauta che si sta spiando in casa
sua, è di fatto un controllo digitale di tipo cinese che viola i più
elementari diritti dei cittadini che dialogano utilizzando il social
network: insomma, stiamo parlando di una vera e propria perquisizione,
espletata con la violenza digitale del più forte.
Aspettiamo quindi urgenti chiarimenti dalla Polizia Postale e dal
ministero degli Interni, da cui dipende. E non basta certamente una
smentita rituale, perché le notizie pubblicate nell'articolo di Florian
provengono da fonti certe e affidabili.
Da un punto di vista politico, inoltre, la cosa è davvero grottesca:
mentre la maggioranza di governo si impegna da mesi per rendere più
difficili le intercettazioni telefoniche richieste dai magistrati,
contemporaneamente il ministero degli Interni si arroga il diritto di
intercettare i nostri contenuti e i nostri dialoghi su Facebook senza
alcun mandato della magistratura. Viene il sospetto che questa
differenza di trattamento sia dovuta al fatto che i politici, i potenti
e i mafiosi non comunicano tra loro sui social network, e quindi il loro
diritto alla privacy venga considerato molto più intoccabile rispetto a
quello dei normali cittadini che invece abitano la Rete.
Allo stesso modo, aspettiamo chiarimenti urgenti sul secondo socio del
'patto cinese' firmato a Palo Alto: Facebook, che da un po' di tempo ha
aperto uffici in Italia con tanto di responsabili e dirigenti.
Per prima cosa, Facebook ha l'obbligo di rendere pubblico l'accordo
firmato con il nostro Ministero degli Interni, perché riguarda tutti
noi, cittadini italiani e al contempo cittadini di Facebook. A cui
quindi i vertici del social network devono non solo immediate scuse, ma
garanzie precise che questo patto diventi al più presto carta straccia e
che i diritti degli utenti vengano concretamente ripristinati e
garantiti.
Il social network fondato da Zuckerberg, si sa, è uno straordinario
strumento di socializzazione, di promozione di cause sociali e
potenzialmente di crescita e confronto di tutta una società. Ma si va
manifestando ultimamente anche come una dittatura in cui le pagine e i
gruppi vengono bannati in modo in modo arbitrario e insindacabile: e
adesso come un informatore di polizia di cui non ci si può più in alcun
modo fidare.
Più in generale, quanto accaduto dimostra che i mondi virtuali di cui
oggi siamo cittadini (inclusi YouTube, Google, Second Life etc) devono
iniziare a rispondere in modo trasparente ai loro utenti. E gli accordi
privati con i governi sono esattamente all'opposto di questa trasparenza