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Impar Condicio
Di Marco Travaglio
 In
attesa di vedere le conseguenze politiche dell’affaire
Tulliani-Montecarlo, possiamo già trarre un primo bilancio di quelle
mediatiche: Berlusconi ha già battuto Fini per kappaò alla prima
ripresa. Da due mesi, nel paese in cui il premier è sotto inchiesta a
Firenze per le stragi del 1993, in cui a Palermo si indaga su accuse di
mafia al presidente del Senato, più altre quisquilie tipo i casi Dell’Utri,
Cosentino, Verdini, Brancher, Bertolaso e P3, non si parla che di un
alloggetto a Montecarlo, (ma pensate un po: 55 mq), venduto da An a una
società offshore e abitato dal cognato del presidente della Camera, che
non è indagato per nulla (e nemmeno il cognato). L’altro effetto del
presunto scandalo è evidenziare la differenza tra un giornale (come per
esempio il nostro) e gli house organ di casa Berlusconi Il Fatto, con
tutti i suoi limiti, non ha nulla da dimostrare a prescindere: accerta
come stanno le cose e le racconta. Il Giornale, Libero, Panorama e le
loro proiezioni tv invece devono dimostrare che Fini è un ladro. E non
da sempre: dal 28 luglio, quando Berlusconi annunciò ai suoi
l’espulsione dei finiani dal Pdl. Si dirà: con tutti i ladri che
popolano il governo, il Pdl e la politica italiana, se anche si provasse
che Fini è un ladro, ne dovremmo dedurre che ce n’è uno in più. Ma
questi signori non seguono le regole della logica e nemmeno
dell’aritmetica. Per noi 1 ladro + 1 ladro = 2 ladri. Per loro, 1 ladro
+ 1 ladro = zero ladri. Se Fini ruba, vuol dire che Berlusconi è onesto.
Per questo non potrà mai esserci alcuna par condicio, alcun
“contraddittorio” tra un giornalista normale e uno berlusconiano. Per
giocare una partita, bisogna essere d’accordo sulle regole fondamentali.
E non è questo il caso.
Giovedì
il nostro Marco Lillo, bruciando sul tempo i portentosi segugi
berlusconiani sguinzagliati nei paradisi fiscali, magari al seguito di
qualche barbafinta, riesce a parlare col ministro della Giustizia di St.
Lucia. Quello gli dice che la discussa lettera indirizzata al suo
premier, in cui si afferma che la società Timara che affitta la casa a
Tulliani appartiene allo stesso Tulliani, l’ha scritta lui. Vuol dire
che è “vera”? Sì, nel senso che è autentica, non apocrifa. Ma non nel
senso che quanto vi afferma sia la verità: lo sarà solo quando mr.
Francis produrrà uno straccio di carta che colleghi Tulliani alla Timara.
Nel frattempo un avvocato ed ex senatore leghista, Renato Ellero,
afferma che la casa monegasca è di un suo facoltoso cliente. La sua
frase è autentica nel senso che l’ha pronunciata lui, ma per
considerarla veritiera attendiamo le prove documentali. Abbiamo dunque
un sostanziale pareggio tra Fini e i suoi accusatori? No di certo. Se
anche la Timara fosse di Tulliani, non sarebbe comunque la prova che
Fini ha mentito: il cognato avrebbe benissimo potuto nascondergli la
reale proprietà della Timara. E poi non spetta a Fini dimostrare che
Timara non è di suo cognato; l’onere della prova tocca, in uno Stato di
diritto, agli accusatori. Del resto, se uno afferma falsamente che una
società offshore è di Tizio, come fa Tizio a dimostrare che non è sua?
Gli house organ di Berlusconi ironizzano sul Fatto Quotidiano che,
avendo l’intervista-scoop al ministro, mette in dubbio la sua parola. Ci
mancherebbe altro: il compito di un giornale non è quello di mettere un
microfono in bocca a questo o quello, ma verificare l’attendibilità di
quel che dice. E, al momento, mr. Francis non appare granchè credibile.
Perché il governo di un paradiso fiscale che campa sulla riservatezza
assoluta fa uscire il nome del presunto titolare di un’offshore, con una
condotta che nel suo paese è addirittura reato? Perché il ministro
annuncia al Fatto che parlerà “la prossima settimana” e poi ne
improvvisa una l’indomani, poche ore dopo che Annozero ha messo in
dubbio l’attendibilità della lettera? E’ per caso telecomandato da un
italianissimo puparo?
Comprendiamo che, per gli house organ, distinguere fra l’autenticità e
la veridicità di un documento è impresa titanica, ma non ci possiamo
fare nulla. C’è chi fa il giornalista e chi fa un altro mestiere.
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