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I metodi dell'Innominato e la libertà del dissidente
di Giuseppe d'Avanzo
Il discorso di Gianfranco Fini è un confronto diretto con Silvio
Berlusconi, il mandante del suo tentato e finora mancato "assassinio
politico". Un raffronto tra la sua etica pubblica e la moralità
dell'altro. Tra le proprie consuetudini private e politiche e i costumi
politici dell'altro. Tra i suoi disarmati metodi di discussione pubblica
e la violenza della macchina del fango che il Cavaliere può scatenare e
- da un anno - scatena giorno dopo giorno.
Di volta in volta, il rivale può essere: la moglie, un giornalista
dissenziente, un alleato riluttante. Il presidente della Camera non
pronuncia mai il nome del suo antagonista. Mai, ma l'intero intervento
del presidente della Camera va interpretato alla luce del paragone tra
due storie umane e politiche, tra due metodi. Fini ripercorre l'affaire
di Montecarlo e lascia bene in vista quel che ormai palesemente non
funziona più nella nostra democrazia. Non aggiunge nessun elemento nuovo
sulla proprietà di quell'appartamento di 50/55 metri quadrati di
Montecarlo, se non la sua rabbia quando scopre che il cognato Giancarlo
Tulliani è in affitto in quella casa di boulevard Princesse Charlotte
14. Si rimprovera "una certa ingenuità".
Si chiede: "È Giancarlo Tulliani il vero proprietario della casa di
Montecarlo?". Il presidente della Camera non azzarda una risposta perché
non sa rispondere. Non può rispondere, perché non sa. Non ne sa niente,
ma non se ne lava le mani. Comprende che quel passaggio dell'affaire non
è un dettaglio trascurabile, ma decisivo e non nasconde i suoi dubbi.
Dice: "Gliel'ho chiesto con insistenza: egli (Tulliani) ha sempre negato
con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente,
anche a me". Potrebbe chiuderla lì seguendo l'esempio di Berlusconi che,
negli anni, ha lasciato che il suo braccio destro fosse condannato per
associazione mafiosa (Dell'Utri) e il braccio sinistro per corruzione
(Previti) e sempre per comportamenti e relazioni e reati che hanno
favorito le sue fortune e avventure. E dunque di che cosa dovrebbe
preoccuparsi, Fini, con quella compagnia? E tuttavia egli segue un'altra
strada. Assume un impegno pubblico, anche se si dichiara estraneo,
inconsapevole, ingenuo. "Se dovesse emergere con certezza che Tulliani è
il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a
lasciare la presidenza della Camera. Non per personali responsabilità -
che non ci sono - bensì perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe".
È tirando il filo della sua etica pubblica che Fini può tracciare la
mappa dell'etica pubblica dell'altro, dell'Innominato, e marcare le
eccentriche anomalie della scena italiana. C'è un signore - Silvio
Berlusconi, l'Innominato - "ha usato e usa società off-shore per meglio
tutelare il patrimonio familiare, aziendale e per pagare meno tasse" -
che accusa chi "non ha né denaro né ville intestate a società off-shore"
di frequentare i paradisi fiscali. Sempre quel signore - Berlusconi -
che, facendo leva su leggi che si è apparecchiato come capo del governo,
ha salvato la testa da processi che ne hanno accertato le gravissime
responsabilità getta in faccia all'altro - Fini, "in 27 anni di
Parlamento e 20 alla guida del mio partito, mai stato sfiorato da
sospetti di illeciti" - una storia dove "non è stato commesso alcun tipo
di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno. E, sia ancor più
chiaro, in questa vicenda non è coinvolta l'amministrazione della cosa
pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti,
non c'è corruzione né concussione".
Ecco dunque che cosa succede: "Un affare privato è diventato un affare
di Stato per la ossessiva campagna politico-mediatica di
delegittimazione della mia persona: la campagna si è avvalsa di
illazioni, insinuazioni, calunnie propalate da giornali di centrodestra
e alimentate da personaggi torbidi e squalificati".
È il preoccupato disegno che, della nostra democrazia, abbozza Fini. È
l'ombra minacciosa che incupisce i giorni della nostra Repubblica. La si
può scorgere nella lunga sequenza di "assassini mediatici" che sono
diventati, in assenza di politiche pubbliche e di decisioni necessarie
per il Paese, l'unica operosa attività cui si dedica il capo del
governo. Dispone la raccolta del fango. A ogni avversario o nemico
dichiarato o potenziale è riservato un dossier. Leggerezze ben
manipolate possono diventare colpe e vergogna. Quando non ci sono né
colpe né leggerezze, il fango lo si crea. Tornano utili i bugdet
illimitati di cui dispongono i "raccoglitori di fango", faccendieri,
funzionari prezzolati delle nostre burocrazie della sicurezza, ma anche
spioni di altri Paesi. Creato il dossier, lo si può pubblicare
cadenzando i tempi politici. L'Innominato se lo pubblica sui suoi media,
il dossier infamante. Per questa strategia, nell'agosto dello scorso
anno, l'Innominato rivolta i giornali del centro-destra (il Giornale,
Libero) come calzini. Sceglie persone adatte al nuovo canone bellico.
Fini, ricorda, fu tra i primi a essere "avvisato" di marciare diritto se
non voleva guai. Fece lo stesso il passo storto che poi non è altro che
l'esercizio del diritto a dissentire. Contro di lui è auspicato, dice,
"il metodo Boffo. (C'era) chi mi consigliava dalle colonne del giornale
della famiglia Berlusconi di rientrare nei ranghi se non volevo che
spuntasse qualche dossier - testuale - anche su di me, "perché oggi
tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera".
Profezia o minaccia? Puntualmente, dopo un po', è scoppiato l'affare
Montecarlo".
Gianfranco Fini avverte, dunque, come spaventosa questa "meccanica", ne
avverte la pericolosità, ne avverte un'anomalia che può manomettere i
necessari equilibri di una democrazia. Il suo intervento denuncia un
sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che deforma
l'indipendenza delle persone, l'autonomia del loro pensiero e delle loro
parole. Constata che siamo ben oltre una fisiologica dialettica
politica. Più semplicemente, avverte Fini, discutiamo della libertà di
chi dissente o di chi si oppone.
Il presidente della Camera vede al lavoro una macchina, vede in azione
un dispositivo che vuole "colpire a qualunque costo l'avversario
politico", eliminarlo. Così, dice, "si distrugge la democrazia, si mette
a repentaglio il futuro della libertà". È un giornalismo adulterato che
si fa calunnia, "manganello", pestaggio e olio di ricino, il perno del
meccanismo. Fa venire il freddo alle ossa. Pretende che "ci si metta in
riga" se non si vuole assaggiare il "metodo Boffo" (liquidato con una
campagna montata su un documento clamorosamente falso). C'è ancora
l'Innominato a governare questa fabbrica di veleni che sono "i giornali
del centro destra che non pubblicano notizie, che non ci sono, ma
insinuazioni, calunnie e dossier" che possono essere costruiti in giro
per il mondo con le risorse inesauribili dell'Innominato. Basta guardare
quel che è accaduto a Santa Lucia dove "un ministro scrive al suo
premier perché preoccupato del buon nome del paese per la presenza di
società off-shore coinvolte non in traffici d'armi, di droga, di valuta,
ma nella pericolosissima compravendita di un piccolo appartamento a
Montecarlo". Si può crederlo? Non si può crederlo ed è giusto indicare
il mandante politico. Soltanto chi non vuole sentire, vedere, giudicare
può far finta oggi di non comprendere che Fini ha indicato in Berlusconi
il tessitore della manovra che ha provato a schiacciarlo. Il presidente
della Camera crede che possa ritornare la politica sulla scena pubblica
nazionale. Si può essere scettici che ciò accada fino a quando,
impaurito dal suo stesso fallimento, terrà banco un Innominato che ha
abbandonato il sorriso ingannatore per mostrarci come il vero volto del
suo potere sia la violenza.
(26 settembre 2010)
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