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Decreto Romani
un'altra legge ignobile
di Roberto Molinari
Ma cos'è questo
decreto? Ma chi è Paolo Romani? Paolo Romani è l'attuale sottosegretario
alle Telecomunicazioni di questo governo Berlusconi.
Ma
pensate un po' da che pulpito arriva questo ennesimo bavaglio: il signor Paolo Romani
faceva soldi esponendo n 144 e 166 a pagamento sulle tv locali. Non cifrette. Si parla di circa 60, 70 milioni mensili spennati a cretini
che spendevano cifre esorbitanti per vedere seni al silicone e trans.
Ma è giusto così: tutto quello che avviene in Italia siamo noi che lo
vogliamo, che ce lo meritiamo.
Basti pensare che per ogni persona con un
pò di sale in zucca ce ne sono 50 che, rincoglioniti che si cuccano il
Grande fratello, gli amici di Maria, e via discorrendo... La settimana
scorsa, In certi momenti durante il GF hanno toccato il 50% di share...
questa è l'Italia, questo è ciò che meritiamo... o meglio: ciò che
merita la maggioranza che ha votato la banda bassotti.
"Banda larga per tutti", strillavano, ma poi arriva il taglio degli 800
milioni che erano destinati a questo scopo, (tassa Bondi sulla
tecnologia) e adesso ecco il bavaglio internet del
decreto Romani.
E tutto questo per salvare una sola ditta. Il Sig. Paolo Romani vorrebbe
la televisione nelle nostre case. Con noi in stato catatonico a sorbirci
per ore Emilio fede, tette di gomma e calciatori. Il problema è solo
questo..
La TV va spenta, prima di tutto, se si vuol cominciare a ragionare con
la propria testa e non essere considerati come un popolo bue.
Perchè è quel che siamo, purtroppo, o almeno la maggioranza di noi che
ha fatto una scelta alle elezioni scorse.
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No! non ci meritiamo un presidente così!
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utile
A cosa serve un
traduttore professionale?
Una legge per trasformare
la Rete in una grande TV
di G. Scorza
www.guidoscorza.it
Videoblog e piattaforme
di sharing come televisioni, responsabili dei contenuti e delle
violazioni in cui questi eventualmente incorrono. I rischi del
recepimento italiano della direttiva UE Audiovisual Media Services
Roma - Il Parlamento italiano sta per esprimere il proprio parere sullo
schema del decreto legislativo con il quale nelle prossime settimane il
Governo dovrà dare attuazione in Italia alla Direttiva UE 2007/65/CE
meglio nota come Audiovisual Media Services (AVMS). Sin qui nulla di cui
preoccuparsi: attuare la direttiva UE è un obbligo del nostro Paese e il
principio alla base della Direttiva - l'attività televisiva resta tale e
deve essere soggetta alla medesima disciplina a prescindere dalla
piattaforma e tecnologia utilizzate - è difficilmente contestabile
nell'era della convergenza mediatica. A scorrere il testo del decreto
legislativo attraverso il quale il Governo pare intenzionato ad
adempiere all'obbligo comunitario, tuttavia, tanta serenità svanisce e
lascia il posto ad un dubbio: non sarà che l'atavico attaccamento ed il
comprensibile debito di riconoscenza degli inquilini del Palazzo a mamma
TV li abbia spinti a trasformare per legge Internet in una grande
televisione?
Al di là delle battute con le quali, pure, talvolta si possono dire
grandi verità, alcune disposizioni dello schema di Decreto Legislativo
sono tali da indurre a ritenere che talune ambiguità ed omissioni
rispetto al chiaro ed inequivoco dettato della Direttiva AVMS non siano
frutto solo del caso o della nota scarsa puntualità del nostro
legislatore nell'importare la disciplina europea nel nostro Paese ma,
piuttosto, di un approccio pantelevisivo dell'Esecutivo.
Tutto è televisione o, almeno, dovrebbe esserlo secondo il Governo della
TV.
Ma andiamo con ordine.
Il punto di partenza o, se si preferisce, la chiave di lettura del
decreto è costituito dalla definizione di "servizio di media
audiovisivo".
Eccola: "un servizio quale definito agli articoli 56 e 57 del Trattato
sul funzionamento dell'Unione Europea che è sotto la responsabilità
editoriale di un fornitore di servizi media e il cui obiettivo
principale è la fornitura di programmi al fine di informare,
intrattenere o istruire il grande pubblico, attraverso reti di
comunicazione elettroniche e che comprende sia servizi lineari... che
servizi non lineari".
Sin qui tutto in linea con la Direttiva AVMS che, tuttavia, attraverso
il considerando 16 restringe la portata della definizione di "servizio
di media audiovisivo" chiarendo che essa "non dovrebbe comprendere le
attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con
la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi
consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi
generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio
nell'ambito di comunità di interesse".
Chiara, limpida ed inequivocabile, la volontà del legislatore europeo:
il videoblog di Pippo, come scrive Stefano Quintarelli, ma anche una
piattaforma user generated content che distribuisce "contenuti
audiovisivi generati da utenti privati" sono diversi dalla televisione e
dovrebbero restare estranei alla nuova disciplina.
Ecco come, invece, il Governo intende circoscrivere la portata della
definizione di "servizio media audiovisivo": "non rientrano nella
nozione di servizio media audiovisivo i servizi prestati nell'esercizio
di attività principalmente non economiche e che non sono in concorrenza
con la radiodiffusione televisiva".
Bene sin qui. Si ribadisce una volta di più che il videoblog di Pippo
non è una televisione e che, pertanto, ad esso non è applicabile la
nuova disciplina sempre che, naturalmente, l'attività di Pippo non possa
essere ritenuta "principalmente economica".
Il solo limite dell'assenza di "attività economica" e il vago
riferimento alla "non concorrenza con la radiodiffusione televisiva",
francamente, mi sembrano poco per distinguere un videoblog da una TV ma,
per il momento, preoccupiamoci degli aspetti più seri. L'approccio
pantelevisivo di Palazzo Chigi, infatti, ha spinto l'estensore dello
schema di decreto legislativo a non fermarsi ed ad aggiungere ancora un
periodo alla definizione.
La lettera a) del comma 1 dell'art. 4, infatti prosegue e prevede:
"fermo restando che rientrano nella predetta definizione (ovvero sono
servizi di media audiovisivo, ndr) i servizi, anche veicolati mediante
siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di
immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non
abbia carattere meramente incidentale".
Qui, l'interprete rischia di perdersi.
Nel videoblog di Pippo "il contenuto audiovisivo non ha carattere
meramente incidentale" ma, in ipotesi, Pippo non esercita un'attività
"principalmente economica".
Quid iuris? Prevale il primo o il secondo periodo? Una brutta ambiguità
in relazione ad un aspetto tanto importante.
Nella migliore delle ipotesi è una disposizione di legge scritta
malissimo sotto il profilo della tecnica della normazione mentre nella
peggiore è il lapsus freudiano di un legislatore che vorrebbe "chiudere
in TV" anche il videoblog.
Ma c'è di più.
Una piattaforma UGC che consenta agli utenti di pubblicare propri
contenuti audiovisivi nell'ambito di un'attività economica è una
televisione?
Buon senso, esperienza e tenore del considerando 16 della Direttiva AVMS
suggeriscono di no, ma il testo del Decreto con il quale si intende
attuare la Direttiva dice il contrario: anche le piattaforme UGC
audiovisive - YouTube in testa - altro non sarebbero che grandi TV.
L'approccio pantelevisivo dilaga.
Probabilmente - come peraltro allude neppure troppo velatamente il
Senatore Vita in un comunicato stampa - il Governo non ha resistito alla
tentazione di fare lo sgambetto a Google che, in Tribunale, sta giocando
una partita importante contro Mediaset nella quale, ovviamente, nega di
essere una TV e rivendica il ruolo di intermediario della comunicazione.
Se così fosse, tuttavia, gli estensori del decreto avrebbero commesso un
errore perché la Direttiva esclude che la disciplina italiana possa
applicarsi ad un fornitore che, come Google, non è stabilito nel nostro
Paese.
Ma lasciamo da parte la vicenda Google-Mediaset e torniamo a parlare del
resto della Rete perché, per fortuna, c'è tanto altro e, per sfortuna,
il Governo vorrebbe ridurre tutto ad una TV.
Nella Direttiva AVMS, il legislatore, nel definire la nozione di
"responsabilità editoriale" ovvero quella del fornitore del servizio di
media, precisa che essa non implica necessariamente una responsabilità
giuridica sui contenuti e al considerando 23 ne chiarisce il senso,
ricordando, che "la presente direttiva dovrebbe applicarsi fatte salve
le deroghe di responsabilità della direttiva 2000/31/CE del Parlamento
europeo e del Consiglio, dell'8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti
giuridici dei servizi della società dell'informazione, in particolare il
commercio elettronico, nel mercato interno (direttiva sul commercio
elettronico)".
Si tratta di un principio fondamentale per garantire la convivenza della
nuova disciplina con quella già vigente in materia di assenza
dell'obbligo di sorveglianza degli intermediari della comunicazione -
fornitori di hosting in testa - per i contenuti pubblicati dai propri
utenti e di non responsabilità dei primi per i medesimi contenuti.
Sarebbe lecito attendersi che tale principio fosse riflesso anche nel
testo dello schema di decreto legislativo di attuazione ma,
sfortunatamente, non è così.
Il nostro Paese - dopo quanto accaduto negli ultimi mesi nei nostri
Tribunali ed a Palazzo Chigi - continua a rigettare con forza tale
principio che pure affonda ormai le sue radici nell'humus comunitario e
trova fondamento nella ratio della disciplina europea sulla non
responsabilità degli intermediari della comunicazione superbamente
ricordata dall'Avvocato Generale della Corte di Giustizia UE nella causa
C236/08: "creare uno spazio libero, pubblico e aperto su Internet, cosa
che (n.d.r. la direttiva 31/2000) cerca di fare limitando la
responsabilità di coloro che trasmettono o ospitano le informazioni ai
soli casi nei quali, questi ultimi, sono coscienti dell'esistenza di una
illegalità".
È grave anche perché, più avanti, all'art. 6 dello schema di decreto
legislativo, sotto la rubrica "protezione del diritto d'autore" il
Governo impone a - e dunque rende direttamente responsabili - tutti i
fornitori di servizi media audiovisivi di astenersi "dal trasmettere o
ritrasmettere, o mettere comunque a disposizione degli utenti, su
qualsiasi piattaforma e qualunque sia la tipologia di servizio offerto,
programmi oggetto di diritti di proprietà intellettuale di terzi o parti
di tali programmi, senza il consenso di titolari dei diritti e salve le
disposizioni in materia di brevi estratti di cronaca".
Come se ciò non bastasse, il comma 3 dell'art. 6 stabilisce che
"l'Autorità (quella per le garanzie nelle comunicazioni, ndr) emana le
disposizioni regolamentari necessarie per rendere effettiva l'osservanza
dei limiti e divieti di cui al presente articolo".
Ora importare HADOPI in Italia sarà più facile perché sarà sufficiente
un regolamento firmato AGCOM, che disponga l'oscuramento delle TV,
pardon, dei videoblog che diffondono materiale ritenuto "pirata".
Conclusioni: la direttiva AVMS si deve, naturalmente attuare, ma, nel
farlo, occorre tener presente che rischiare di trasformare la Rete in
una grande Televisione - che ciò corrisponda alla volontà politica o
sia, piuttosto, solo una possibile conseguenza di disposizioni scritte
male e pensate peggio - significa privare il Paese dell'unica reale
possibilità di uscire da decenni di telepotere che hanno fortemente
limitato ogni spazio di libertà e democrazia nel mondo dei media.
Sarebbe già abbastanza, ma talvolta le ragioni dell'economia sono più
ascoltate di quelle della democrazia e, quindi, sembra utile aggiungere
che l'approccio pantelevisivo del nostro Governo all'attuazione della
Direttiva AVMS rischia di far trasferire l'imprenditoria e la creatività
multimediali italiane al di là delle Alpi. Poiché, ai sensi della
Direttiva AVMS, basta stabilirsi in un altro Paese membro per sottrarsi
all'ambito di applicazione della nostra sui generis disciplina di
attuazione.
Internet non è una TV! Non lasciamo che lo diventi per legge.
Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione
www.guidoscorza.it
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